Cenni Storici

 

BAGNI FROY, un po' di storia.(*)

 

Bagni Froy può senza dubbio essere considerato uno dei luoghi più antichi e interessanti dell'Alto Adige.

Incerte sono ancora le sue origini e lo stesso toponimo non è stato filologicamente del tutto chiarito.

Bad Froy sorge a 1150 metri in Alto Adige, presso Chiusa, ed è una frazione di Gufidaun (Gudon) in Val di Funes.

 

Il nome Froy

 

Di derivazione latina, Froy troverebbe la sua origine nel termine Foris, poi Forcis ma anche Farai, una denominazione molto comune legata direttamente alle origini di Funes, ma il nome Froy potrebbe derivare anche da Ferrara (fucina), Ferraria o Feraja da cui Frai, per la presenza della sorgente ferruginosa o meglio per il sedimento rosso‑giallastro simile alla ruggine tipico di tali acque. (Un caso simile si ebbe presso Brentonico con la "pozza ferrerò"). Un'altra ipotesi vorrebbe che la presenza delle acque avesse generato il toponimo Froy, per contrazione dell'espressione "ad aqua frigidas" (presso le sorgenti fredde), con l'accezione di "fred" non nel senso di "freddo", ma come abbreviazione di "fontana, ("fred" 0 "freid"). Più interessante potrebbe essere filologicamente la trasformazione del termine "alboretum" (da "arboretum", probabilmente un'essenza di legname presente nella zona: il pioppo) in "altreit", poi in "alfareit" poi in "farai", "frai". Da cui poi anche "Fraina", luogo tuttora esistente e prossimo a Froy. Il termine Froy è presente per la prima volta in un documento del 1233, riferito con molta probabilità al borgo e non alle terme, la cui sistemazione fu molto più tarda; in altri documenti del 1302, 1371, 1400 troviamo l'uso del termine Froy sempre come indicazione del borgo. L'etimo di origine tedesca è legato alla colonizzazione da parte degli antichi germani in seguito a disboscamento. Le foreste vennero tagliate e create al loro posto delle radure in tedesco "Die Freie" (la radura), da cui si ebbe "in den Freien" ad indicare "lo spazio libero" e "auf del Freien" "all'aperto"; ancora una volta queste espressioni si possono collegare ad antiche varianti del termine Froy presenti in documenti in cui si parla di una certa proprietà a Fray (1351) e del maso Patschid a Frayen (1546).

 

Froy tra storia e leggenda.

 

L'origine di Froy è comunque molto antica, secondo la leggenda risalirebbe a pochi anni dopo il Mille, quando "sullo Tschamberg sopra Gufidann (Gudon) sgorgano delle sorgenti ferruginose che sono state scoperte da San Teobaldo. Stanco ed ammalato, egli si ritiro nel lontano bosco dove viveva come eremita. Là osservò come i caprioli vecchi e feriti dai cacciatori venivano ad una sorgente, vi si bagnavano e venivano sanati. Egli stesso allora incuriosito sperimentò la forza dell'acqua e fu guarito dai suoi malanni. A poco a poco la sorgente fu conosciuta ovunque in Val d'Eisarck. Molti ammalati vi trovarono la guarigione e in segno di gratitudine fu edificata una cappella votiva dedicata al Santo Teobaldo che ancora viene venerato come patrono di queste terme assai frequentate" (Starter, ~ggc~c su! tuolo, 1864, p. l 75).


Tra leggenda e documenti corre la storia di Bagni Froy, mentre un capitolo tutto ancora da esplorare potrebbe legare agli antichi Celti, documentatamente presenti in Tirolo, la sua origine e soprattutto a rituali magico‑cultuali' spiegati dalla presenza delle acque.

La storia dei Bagni come edificio termale risalirebbe invece ai primi del XVI secolo, allorché nei documenti si parla di costruzioni stabili anche a proposito dei masi Velzura e Patschid. "A sud est del paese di Gufidaun (GudonJ 13 masi e 50 abitanti, si trova Bagni Froy. L'edificio termale di legno è costruito dentro una gola rocciosa della montagna ed è veramente inospitale e desolato come nessun altro stabilimento termale del paese; secondo il gusto può apparire di una bellezza selvaggia: l'origine delle costruzioni secondo documenti disponibili risale alla prima metà del XVI secolo" (StaffIer).

In una illustrazione votiva, forse andata perduta, datata 1654 era raffigurato, ammalato e su una barella, San Teobaldo. In essa sono disegnati anche i masi Velzura e Patschid. La presenza di una attività cultuale intorno a Froy, con la costruzione di una cappella votiva si potrebbe far risalire fin dal 1300, sempre che non si riesca ad accertare la presenza di resti celtici ad un livello inferiore il piano di fondazione dell'attuale chiesetta di Froy e comunque in prossimità delle tanto note e miracolose acque, che accrediterebbe così la tradizione dell'origine del luogo ben prima del medioevo.

 

Ad un certo punto, almeno allo stato attuale delle ricerche, le notizie su Bagni Froy si interrompono. Che cosa è successo? Troppi forse i passaggi di proprietà e senza sostanziali modifiche o forse la fama dei bagni viene meno per riprendere poi a partire dalla metà del XIX secolo? Non sappiamo.

 

Il 12 maggio 1864 l'edificio termale alla cui primitiva e modesta costruzione in legno se ne è aggiunta un'altra composta da una sala e dodici celle, costruita a cavallo del torrente, mediante una specie di ponte di assi in legno che funziona da piano d'appoggio, viene acquistato da un intraprendente giovane garzone di osteria di Gufidaun, un certo Kasseroler, che presto ne amplierà ancora l'impianto costruendo una casetta (1866) con sei stanze, una sala da pranzo, una cucina e un loggiato, chiamata "casa colonica", e che più tardi sarà ingrandita e ristrutturata; (con molta probabilità deve trattarsi dell'attuale casa C).

Più tardi sempre il Kasseroler amplierà ancora di più il bagno costruendo un edificio "ampio anche se primitivo" con sei stanze da bagno a piano terreno, una cucina, una stanza da pranzo, undici stanze al secondo piano e sei nel sottotetto. (Non è chiara la data se prima o dopo l'alluvione che distruggerà quasi completamente i bagni nel 1867)

 

Il 18 settembre 1867 però "a causa delle violente piogge cadute per ben due giorni di seguito, un pezzo della montagna sovrastante i Bagni Froy si stacca, cade nel torrente già in piena e l'acqua colpisce le case passando tra la chiesetta e la casa

(I 'attuale casa B.), ne porta via la facciata a monte e distrugge completamente la nuova casa di accoglienza che si trovava a cavaliere del torrente. In tale circostanza morirono cinque donne e due uomini che rimasero sepolti vivi. Un po' più in basso un contadino che lavorava rimase anche lui vittima degli elementi scatenati (da: 7irokr Boia, Messaggero del Tuolo, 1867).

 

La famiglia Kasseroler si salvò perché abitava la casa addossata alla roccia, la casa colonica appunto.A memoria di tale sciagura venne eretta un piccola edicola nei pressi di Littermuhle (Molino di Mezzo), oggi perduta.

Una curiosità: Quasi a suggello degli antichissimi buoni rapporti con gli abitanti del maso Patschid, essi subito si precipitarono in aiuto dei malcapitati abitanti di Bagni Froy.

 

Il 4 settembre 1875 la famiglia Kasseroler cede Froy ad un certo Antonio Gabrielli. Di Bagni Froy rimane ben poco se nel contratto si sottolinea che l'acquirente ha acquistato " un focolare con camera da bagno, cucina, varie camere e due cantine". Si fa notare che "I'alloggio con le sue costruzioni è stato completamente

 


distrutto (1867 .) un torrente in piena e adesso è praticamente in rovina". Gabrielli non rimane molto a Froy, nel 1877 infatti lo vende, forse per poche lire a una certa Maria Eichta di Bolzano. La Eichta al contrario del Gabrielli si dimostra un gestore saggio ed avveduto dotata di un forte senso degli affari Restaura l'albergo, si da da fare per migliorarne per quanto possibile i comfort e ben presto i suoi ospiti divengono sempre più numerosi, fino a poter contare ben otto‑novecento persone all'anno. Morta la signora Eichta la figlia tenta un ennesimo ampliamento di Froy ma allorché si sposa, per a noi non precisati motivi, decide di vendere Bagni Froy al reverendo signor Schmid, curato di Gufidaun, è il 1899.

 

Il 1 ottobre 1904 Bagni Froy viene di nuovo ceduto, e questa volta al capitolo dei canonici dell'Abbazia di Novacella, presieduto dal reverendo Remigio Weissteiner. Rettore delle case di Froy è il canonico Anian Egger. Vengono eseguiti diversi lavori e soprattutto viene costruito il collegamento con la Valle di Funes attraverso una strada (sostanzialmente quella privata che oggi passando per le proprietà del signor Prader porta a Froy dalla Valle).

Una curiosità: alla costruzione della strada voluta direttamente dall'abate di Novacella non seguì un adeguato rimboschimento così pare che da subito si ebbero smottamenti. Un destino che fin dalle origini continua ad accanirsi sulle vie per Froy.

 

Nel corso di queste stagioni si registra un numero sempre crescente di ospiti, la fama delle fonti aumenta soprattutto di importanza. Ai contadini dei luoghi vicini dei primi anni si va sostituendo una clientela scelta, "commercianti e maestri di scuola, eruditi professori e stimati funzionari dello stato, prelati di alto rango" ma anche semplici cappuccini e "tutti" come sottolinea il nostro cronista, "pieni di un'allegra cordialità" tale che tutti "si sentono membri di una società, anzi di una famiglia".

Si deve notare che in quegli anni crebbe l'importanza dei bagni termali nell'intera regione; se si pensa che ai Bagni del Brennero, "che non offrivano né lusso né comfort", è documentata la presenza di ospiti fissi quali Richard Strauss e Franz Lehar e che Henrik Ibsen oltre che ai Bagni del Brennero fu ospite del bagno di Colle Isarco dove terminò il suo "Nemico del popolo" e iniziò "L'anitra selvatica". Anche Bagni Froy come "qualcuno" si ostina a voler ricordare, ma non se ne hanno documenti, all'inizio del secolo ha le sue celebrità e quasi senza pudore se le va a cercare addirittura nell'imperatore Francesco Giuseppe e la sua amata e affascinante Sissi, saliti con carrozza e relativo corteo imperiale in visita ai Bagni per una breve permanenza.

 

Ci sembra interessante sottolineare come all'inizio del secolo, il nostro "cronista" scrive nel 1911, l'ubicazione delle case era molto vicina all'attuale. Eppure il posto doveva presentare ancora molte difficoltà, se raggiungere il Velzura sembra fosse un'impresa, ricordato quest'ultimo come una pensione e una trattoria sopraffina però a quel tempo ancora senza bagni in casa; mancano pure a Froy il telefono (arriverà molto più tardi, solamente agli inizi degli anni '80) e l'Ufficio Postale, (rimane a testimonianza di questa esigenza la vecchia cassetta delle regie poste italiane nell'attuale verandina). In compenso per raggiungere Froy all'inizio del secolo c'era la diligenza che ogni giorno partiva da Chiusa e in circa due ore e mezzo raggiungeva la località termale, passando per la strada che sale dopo Littermuhle attraverso la valle di Funes e si inerpica verso i bagni, strada considerata allora di seconda classe.

A Froy si mangiava bene, c'era la possibilità di mangiare sia alla carta che a menù fisso. I vini serviti erano fra i migliori prodotti dalle valli limitrofe. Infine Froy offriva la possibilità ai meno abbienti di vivere "con poca spesa", nella casa colonica, l'attuale casa C, dove era possibile avere una stanza per dormire ma si poteva cucinare da soli, portandosi l'occorrente da casa.

A dir poco singolare, in rapporto ai nostri tempi, infine può apparire l'orario della giornata, scandito dal suono della campanella (usanza in qualche modo tutt'oggi ancora mantenuta) negli anni che erano gestori i Padri di Novacella.

La sveglia era alle 3.45, i bagni iniziavano alle 4.30, dopo aver fatto il bagno gli ospiti tornavano a letto a riposare. Alle 6.00, "uno scampanio argentino" annunciava

l'ora dell'Angeles, cui alle 7.00 precise (ma la domenica e i festivi alle 8.30) seguiva la S. Messa. Non è risulatata chiara l'ora della prima colazione e del pranzo, mentre la cena doveva essere intorno alle 19.00, subito dopo la recita del S. Rosario che era alle 18.00.

Che sia il caso di ripristinare l'antico orario? Varrebbe la pena per poter dire di aver si fatto una vacanza "veramente alternativa"!

 

Nulla o poco sappiamo di Froy durante e dopo la prima guerra mondiale ma è certo che appena finita la seconda, nel 1946, le case di Bagni Froy vengono acquistate dalla Compagnia di Gesù, che le utilizza come residenza estiva per il Noviziato di Lonigo. Finisce il tempo dei bagni, molte delle acque sono del resto andate disperse, e Froy muta così in una casa per i giovani futuri padri gesuiti e in alcuni periodi dell'anno viene anche utilizzata per gli esercizi spirituali dei padri.

 

Nel 1968 viene affidata la gestione, chiusa ormai anche la casa di Lonigo, siamo in piena crisi delle vocazioni, alla gestione di Villa Sant'Ignazio di Trento. Si deve al padre Livio Passalacqua l'aver mutato la casa pian piano in una casa di vacanze per gruppi giovanili "impegnati". Siamo negli anni caldi della cosiddetta contestazione e a Froy salgono molti, moltissimi giovani "arrabbiati e sessanttottini"; la casa si trasforma in luogo di grandi dibattiti, di innumerevoli discussioni, anche l'azzeccata formula dell'autogestione diviene motivo per una continuata querelle su impegno e disimpegno. Vengono riproposti, in una veste "estiva", molti dei corsi ignaziani che in inverno si svolgono a Trento.

Fra alti e bassi la gestione di Trento va avanti fino al 1982. (Anno in cui viene demolita la casa D per motivi di instabilità dovuti nuovamente al torrente che ha eroso il già precario sistema di fondazione. L anno dopo finalmente l'Ente Bacini Montani della Regione prowederà all'attuale definitiva e sicura sistemazione, imbrigliando il torrente entro argini sicuri).

 

Arriviamo così al 1983 quando un gruppo di "Amici di Bagni Froy", i più affezionati e irriducibili, decide di continuare pionieristicamente l'avventura Froy e chiede ed ottiene dalla Compagnia di Gesù la gestione delle case. Sono anni di grande fervore e di tanto impegno ma anche di grande confusione, anni trascorsi alla ricerca di una dimensione "nuova", di un appropriato lavoro di servizio e di volontariato. Salgono in questi anni a Froy gruppi giovanili e famigliole da varie parti di Italia. Veneti, lombardi, napoletani, pugliesi, laziali, toscani salgono a 1150 mi in cerca di una condivisione, di un impegno, certamente di una carica umana che a Froy non manca anzi diviene stimolo da continuare poi al ritorno durante i lunghi mesi invernali.

Anni belli e di confusione, anni di grandi discussioni e di tante iniziative.

Nel 1993, l'anno della svolta, si tenta di dare all'esperienza, pur con un'operazione non indolore, un taglio diverso e più attento alle esigenze dei giovani ma anche dei meno giovani. Si cerca la via di un impegno moderato che tenga conto da un lato della natura e dello spirito "vacanziere del luogo" e dall’altro attraverso la scelta di alcuni incontri‑corsi quotidiani, faciliti la vita in comune, la condivisione, la conoscenza dell'altro. Dominante diviene allora la riscoperta dell'incontro con l'altro, con la Persona in quanto tale.

Si cerca un percorso in cui sia favorito sia l'aspetto collettivo che individuale. Un modo di vivere in tolleranza, in accoglienza, in essenzialità; di favorire un'esperienza di libertà, di contribuire alla nascita e alla crescita di uno spazio in cui soprattutto i più giovani possano apprendere i valori della democrazia.

 

Fin qui la ricostruzione storica. Ma l'avventura continua nel sostenere quotidianamente e a volte con fatica, l'utopia di un'esperienza che non è che all'inizio di un cammino iniziato par molto tempo fa.

 


 

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